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[Appello di EJJP.| 13/11/2006 | 10:25 ]
l'appello
Beit Hanoun e il silenzio della Ue

La Ue deve intraprendere passi decisi e imparziali contro la catastrofe umanitaria a Gaza
Negli ultimi mesi, le azioni dell'esercito israeliano sono culminate nell'opprimere e nel perseguitare in modo intollerabile la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Le operazioni, cinicamente denominate nei mesi estivi «Pioggia d'estate», e ora titolate «Nubi d'autunno», hanno apportato morte a centinaia di palestinesi, per non menzionare mutilati e feriti, che spesso non recupereranno più la salute. Solo tre giorni fa a Beit Hanoun (nel nord della Striscia di Gaza), l'esercito israeliano ha massacrato 19 palestinesi, donne e bambini sono le principali vittime di queste azioni atroci.
Questo avviene in nome della sicurezza? Le incursioni dell'esercito israeliano a Gaza non si possono giustificare usando come scusa che si lancino missili Qassam o che il soldato israeliano Gilad Shalit sia stato preso in ostaggio da militanti palestinesi. L'arbitraria e incommensurabile violenza dell'esercito israeliano, al contrario, ha probabilmente messo in pericolo la sua vita. L'uso della nuova arma, illegale e letale, chiamata Dime (Dense inert metal explosive), non ha alcuna giustificazione.
È evidente che i costanti attacchi, psicologici e fisici, di notte e di giorno, non hanno altri motivi che non siano quelli di seminare terrore, dimostrare forza, tentar di spezzare la volontà e la legittima resistenza all'occupazione del popolo palestinese. Hamas non ha chiesto attacchi vendicativi, ma l'intervento internazionale. Quanti devono ancora morire, prima che la comunità internazionale si assuma le proprie responsabilità?
Secondo la Carta dell'Onu, Israele, come ogni altro paese della comunità internazionale, deve essere giudicato, considerato responsabile e dissuaso dall'imporre guerre non dichiarate, dall'uccidere civili, dal devastare la natura, dal distruggere le attività e l'infrastruttura dei popoli al confine.
Come cittadini europei, non vogliamo restare in silenzio di fronte a crimini commessi contro una popolazione prigioniera e sotto occupazione, vittima di eventi della storia europea.
Come ebrei, non commetteremo lo stesso errore che abbiamo spesso rimproverato ad altri: restare in silenzio di fronte a crimini contro l'umanità. Nell'anniversario del mostruoso pogrom del 9 novembre del 1938, dichiariamo ad alta voce, e con la massima chiarezza, che lo stato di Israele, con questi atti, insozza il nome e la reputazione degli ebrei, ovunque vivano.
È essenziale che l'Unione europea intraprenda finalmente passi concreti, decisivi e imparziali, per costringere Israele a aderire alla legge internazionale. È evidente che i paesi d'Europa dovrebbero interrompere le relazioni amichevoli e i legami commerciali con Israele, fin tanto che non rispetti i diritti umani fondamentali e continui con i crimini di guerra; l'interruzione dei rapporti avrebbe gà dovuto avvenire da tempo.
Chiediamo che l'Unione europea si dissoci dalle politiche medio-orientali degli Usa e che intraprenda indipendentemente una politica di pace, basata sulla Convenzione europea per i diritti umani.
Chiediamo un dibattito sulla questione nel Parlamento della Ue, come pure nei Parlamenti delle nazioni che ne fanno parte.
Chiediamo che l'Unione europea chiarisca al governo di Israele che la Ue non finanzierà e non sosterrà Israele fino a che non raggiunga un accordo di pace equo con il popolo palestinese, negli interessi di tutti, e della pace nel mondo.
Chiediamo che il popolo palestinese sia protetto dal dispiegamento di una forza di pace internazionale a Gaza e in Cisgiordania.


*** Comitato esecutivo di Ebrei europei per una pace giusta (EJJP):
Dror Feiler, (presidente) Svezia; Dan Judelson, (segretario) G. B.;
Paula Abrams-Hourani, Austria; Paola Canarutto, Italia; Liliane Cordova Kaczerginski, Francia;
Fanny-Michaela Reisin, Germania;
Henri Wajnblum, Belgio

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[| 08/11/2006 | 13:18 ]

 

Sources: Most of the dead are women and children
19 Palestinians killed in IDF shelling in northern Gaza
By Avi Issacharoff and Amos Harel, Haaretz Correspondents, Haaretz Service and News Agencies

Israel Defense Forces artillery shells struck a residential area in the northern Gaza town of Beit Hanun early Wednesday, killing at least 19 Palestinians and wounding dozens of others.

http://www.haaretz.com/hasen/spages/785380.html



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[| 24/02/2006 | 21:31 ]

18 marzo 2006

LA PACE AL PRIMO POSTO


L’Assemblea Nazionale del Movimento contro la guerra

tenuta a Firenze l’11 e il 12 febbraio,

alla quale hanno partecipato 320 rappresentanti di organizzazioni, reti, gruppi locali italiani,

raccogliendo gli appelli internazionali del Forum Sociale Europeo e del Forum Sociale Mondiale
e impegnandosi ad un proprio appello specifico per i diritti e la libera circolazione di migranti e richiedenti asilo

fa appello

alla mobilitazione per il 18 marzo 2006,

terzo anniversario della guerra all’Iraq,
giornata internazionale contro la guerra e le occupazioni,

che sarà preceduta da tante iniziative
promosse in tutta Italia da reti, organizzazioni e movimenti

sulle diverse tematiche dell’impegno contro la guerra e per la pace,
per il disarmo, per i diritti, per una nuova politica estera.

Invitiamo tutti e tutte a dare vita il 18 marzo
a una giornata di mobilitazione nazionale a Roma

per dire:
la pace al primo posto,
mai più guerra,
la pace è l’unica sicurezza

Il 18 marzo a Roma si terranno:

in mattinata
l’incontro dei “soldati contro la guerra”
con la partecipazione di refusnik di diversi paesi

nel primo pomeriggio
un corteo
che verrà aperto dallo striscione
“la pace al primo posto”
a cui chiediamo di partecipare portando
una bandiera della pace

nel tardo pomeriggio
il concerto
di giovani dei campi profughi palestinesi

---------------------

appello del Forum Sociale Europeo

GIORNATA INTERNAZIONALE
CONTRO LA GUERRA E LE OCCUPAZIONI

MAI PIU’ GUERRA
LA PACE E’ L’UNICA SICUREZZA

Tre anni fa, una coalizione guidata dal Governo USA diede avvio alla guerra contro l’Iraq.
Oggi, le ragioni per mobilitarsi contro la guerra sono sempre più evidenti.
Il 18 marzo 2006 manifesteremo in tutta Europa, insieme ai movimenti statunitensi e globali per l’immediato e incondizionato ritiro di tutte le truppe straniere dall’Iraq contro la guerra preventiva, la sua estensione alla Siria, all’Iran e al Medio Oriente; per una soluzione pacifica della questione kurda per la fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme Est, per l’attuazione di tutte le risoluzioni internazionali, per una pace giusta fra Israele e Palestina, per la creazione di uno stato palestinese indipendente per il disarmo, la riduzione delle spese militari, l’eliminazione delle basi militari straniere e delle armi di distruzione di massa per politiche estere alternative, che rifiutino le logiche neoliberiste e costruiscano relazioni eque fra i popoli per il rispetto dei diritti umani, la difesa delle libertà democratiche e civili contro la repressione, la fine delle torture, delle detenzioni illegali, delle prigioni segrete.

Nei prossimi giorni sarà possibile trovare sul sito www.18marzo.unmondodiverso.it i report delle diverse sessioni tematiche dell’Assemblea di Firenze.



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[Evento Muro.| 17/12/2005 | 23:20 ]
Laboratorio Ronit Dovrat artista israeliana
 
 
 
EVENTO/MURO
4 dicembre 2005 – 7 gennaio 2006
Cortile del Palazzo Ducale
Massa
           
 

Il Palazzo Ducale di Massa ospita in anteprima nel proprio cortile un evento artistico di grande valenza civica e politica. Si tratta dell’Evento/Muro, installazione ideata e proposta dall’artista israeliana Ronit Dovrat, che nella provincia di Massa ha scelto di risiedere e svolgere la propria attività.

 

Le sanzioni emesse contro il muro dalla Corte Internazionale dell’Aja e la campagna internazionale di denuncia e opposizione non hanno ancora fermato la costruzione del muro.

 

CHILOMETRI DI CEMENTO ARMATO PER OTTO METRI DI ALTEZZA, FILO SPINATO PER TUTTA LA SUA LUNGHEZZA, CENTINAIA DI BULDOZZER, SOLDATI, CARRI ARMATI, CHECK POINTS.

E’ questo il paesaggio della Palestina disegnato e realizzato dal governo israeliano. Paesaggio di separazione e distruzione, umiliazione e discriminazione, sofferenza e morte.

Morte è il significato immediato di questo paesaggio. Morte dell’ambiente, della natura, dell’essere umano. Morte nel presente, morte del futuro.

 

Cosi si chiude la vita dentro il muro oltre il quale, forse ancora solo per un po’, si può alzare gli occhi e guardare il cielo.

I miei occhi cercano le colline, i villaggi, le terre coltivate, gli uliveti, le donne e gli uomini, i vecchi seduti a guardare i loro campi. Cerco i bambini che giocano, le loro voci.

 

Sono israeliana. Non è vero che la storia ci insegna. Non abbiamo imparato nulla.

La memoria è corta. La felicità della caduta del muro di Berlino, solo pochi anni fa, non impedisce di costruire, oggi, nuovi muri.

Se ne possono sempre dare motivazioni, si può spiegare la differenza tra un muro e l’altro, ma il fatto è che si sta costruendo un muro e questo muro è il simbolo della volontà di trasformare la vita in un inferno…

Il mio corpo, il mio cuore, la mia anima sono circondati dal muro.

 

Sono israeliana. La mia vita non può essere serena, felice, tranquilla finché non lo è anche per chi vive dall’altra parte del muro.

Che vita hanno e avranno i bambini palestinesi? Come crescono i bambini israeliani sapendo che i loro genitori costruiscono un muro per il loro futuro?

Finché soffrono i bambini palestinesi, nessun muro potrà assicurare la vita dei bambini israeliani.

Nessun muro può nascondere la verità.

 

Sento il bisogno di gridare. Un grido alto per far svegliare chi lascia che questo muro si realizzi.

Dalla mia sofferenza, pure condivisa da molti israeliani, nasce il bisogno di realizzare qualcosa che incorpori questo grido e raggiunga la gente distratta, sorda, indifferente.

Qualcosa che trasporti il muro nei luoghi dove il quieto vivere quotidiano si svolge fisicamente e mentalmente lontano dai territori e dal dramma del popolo palestinese.

 

Mi domando: cosa accade se ci si trova fisicamente davanti a un muro, materialmente vero e non più solo visto distrattamente in TV o solo immaginato?

Cosa si prova a trovarselo davanti all’improvviso, un muro, imponente e invalicabile, che ostruisce il nostro sguardo, blocca il nostro passo, separa da tutto il mondo che vive al di là di esso e impedisce ogni contatto con l’altro. Con l’altro che nello stesso istante si trova a vivere la stessa esperienza.

 

Da queste considerazioni e domande è nata l’idea di realizzare l’installazione di un Muro da collocare in luoghi di alta frequentazione, là dove abitualmente si va per necessità e per abitudini quotidiane. Irrompere, con un muro reale, nella normalità di quella libertà di movimenti e relazioni, data per scontata da ciascuno di noi. Farne così esperire la realtà con tutti i sensi.

Provocare, con esso, sensazioni emozioni reazioni domande riflessioni azioni: è non solo una speranza, ma una necessità e un’urgenza. Improrogabili.

 
 
 

IL MURO, realizzato in cemento prefabbricato, è alto 3,50 metri e lungo 9 metri; filo spinato in alto, per tutta la lunghezza.

Un’ altalena a bilancia lo attraversa, sporgendo sui due lati. Perché l’altalena funzioni è necessario che vi salgano due bambini allo stesso tempo, da una parte e dall’altra del Muro: un evento di relazione che il Muro impedisce o rende estremamente difficile.

 

EVENTO/MURO sarà itinerante in Italia e in Europa e toccherà città di alta rilevanza storico-simbolica.

 

La documentazione dell’intero percorso – materiali audiovisivi e fotografici, contributi più significativi emersi nelle diverse città - sarà raccolta in un libro e in un DVD.

 

EVENTO/MURO è realizzato con il patrocinio e il sostegno della PROVINCIA DI MASSA e dell’ ICFA- Fondazione per la Cultura Italiana-Onlus, in base agli intenti sociali dello statuto associativo.

 
 
Ideazione artistica Ronit Dovrat    Consulenza: arch. Paolo Riani       Cura e coordinamento: Rita Scrimieri
 
 
 
 

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[Una risposta a Fassino.| 01/12/2005 | 12:47 ]

EBREI CONTRO L'OCCUPAZIONE

On. Fassino, possibile tanta disinformazione?

On. Fassino, abbiamo seguito la sua azione per la costituzione di una «sinistra per Israele», ed abbiamo preso nota dei suoi ingiustificabili attacchi contro il giornale il manifesto. A nostro avviso, il manifesto è l'unico quotidiano italiano che abbia, costantemente, preso posizione per la pace in Palestina-Israele, sostenendo i diritti del popolo palestinese ad un suo Stato indipendente, così prendendo chiaramente posizione a favore della pace nella regione.

Purtroppo, nei suoi recentissimi interventi lei, on. Fassino, sembra fare una inammissibile confusione tra «questione ebraica» e Stato di Israele, due concetti assolutamente non coincidenti. Dopo la caduta del nazi-fascismo, nei Paesi liberi e democratici la «questione ebraica» come tale non esiste più, ed esiste invece il problema di estirpare il razzismo che si manifesta oggi soprattutto come anti-arabismo ed anti-islamismo, ed in genere con l'avversione al «diverso».

Lo Stato di Israele non è, come lei e molti a sinistra ed a destra sembrate pensare, uno stato democratico: Israele è e vuole essere uno Stato ebraico, cioè uno stato in cui solo i cittadini di una certa etnia e/o religione hanno pieni diritti. I cittadini israeliani di diversa «etnia», per l'enorme maggioranza arabi, non hanno fondamentali diritti: come l'acquistare case e terre in qualsiasi luogo dello Stato, l'accesso ai finanziamenti del Fondo nazionale ebraico (riservati agli ebrei che risiedano o no in Israele); sono pesantemente sfavoriti per quanto riguarda istruzione e assistenza sanitaria. Inoltre, lei dovrebbe sapere che in molti casi cittadini israeliani arabi (sono circa il 20% della popolazione dello Stato) hanno avuto ed hanno limitazioni al trasferire il coniuge in Israele, e israeliani ebrei incontrano difficoltà a volte insormontabili a sposare un/a arabo/a. Infine la politica costante di tutti i governi israeliani da quello di Ben Gurion a quello odierno (con forse l'eccezione di Rabin, finita con il suo assassinio) è stata nei fatti (anche se non sempre a parole) di impedire la costituzione dello Stato palestinese. Oggi, oltre 400 mila coloni ebrei sono solidamente impiantati nei Territori destinati dall'Onu ad esser sede dello Stato palestinese (solo il 22% della Palestina), ma occupati da Israele. Essi sono protetti dal più potente esercito della regione, dotato anche di armi atomiche. Un durissimo regime di occupazione che usa le armi e pratica la rappresaglia contro i civili quando si verifichino atti di terrorismo e anche senza, impedisce i movimenti ai palestinesi, compresi quelli per raggiungere scuole, ospedali ed il luogo di lavoro. Il Muro dell'apartheid separa le case dei contadini dalle loro terre, ed i membri delle famiglie tra loro.

Il manifesto della «sinistra per Israele» sostiene di appoggiare «le legittime rivendicazioni nazionali palestinesi», ma nello stesso tempo chiede «alla dirigenza palestinese di superare definitivamente ogni diffidenza verso trattative di pace». Forse non vi siete accorti che le trattative, iniziate con Rabin più di 10 anni fa per far nascere uno Stato palestinese accanto a Israele (il popolo palestinese le ha approvate votando a grande maggioranza per Arafat nel 1996 e per Abu Mazen nel 2005), sono state svuotate dai continui rinvii israeliani, che hanno permesso di realizzare, nel frattempo, una massiccia costruzione di insediamenti nei territori palestinesi, tanto che oggi è quasi impossibile figurarsi dove potrebbe organizzarsi questo nuovo Stato. Già la «generosa offerta», di Barak era uno Stato su poco più della metà del territorio promesso da Rabin. Ora, con la costruzione del muro e l'annessione di molti territori intorno a / e in Gerusalemme est, con il conseguente spezzettamento della Cisgiordania in frammenti non comunicanti, lo stato si ridurrebbe a questi frammenti più Gaza. Pensate davvero che i palestinesi debbano «superare definitivamente ogni diffidenza» verso proposte di questo tipo?

Ci sorprendiamo della sua apparente disinformazione su questi fatti, che persone di buona fede di tutti i Paesi, Israele compreso, hanno abbondantemente documentato. Gli amici di Israele dovrebbero, invece che blandirlo, non risparmiargli critiche, per aiutarlo a fare il grande passo e diventare un Paese normale. Le consigliamo pertanto di leggere la continua informazione dei gruppi ed associazioni israeliane e palestinesi che si oppongono alla politica di sopraffazione del loro governo: Gush-Shalom, ICAHD, B'Tselem, Taayush, AIC, Rabbini per i diritti umani, Medici per i diritti umani, New Profile, Bat Shalom, i Refuseniks. Anche il centro palestinese Rapproachement potrebbe esserle utile per informarsi sullo stato delle cose, e per rendersi conto delle idee e propositi delle persone attive per la pace e la libertà democratica.

Noi, elettori dell'Unione, ci aspettiamo che lei ed i suoi colleghi prendiate una posizione allo stesso tempo umana, civile e democratica sui diritti palestinesi, contro l'arroganza razzista e quindi per la pace senza aggettivi.

Salutandola cordialmente,

Ebrei contro l'occupazione

Fiamma Bianchi Bandinelli

Gianna Taverna

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[Le verità di Rashid - da "Il Manifesto".| 02/12/2004 | 14:58 ]

Le verità di Rashid

L'operazione «Muraglia di difesa» era finita da qualche giorno. I carri armati israeliani toglievano l'assedio anche alla Muqata. Insieme al presidente Arafat, nella Muqata c'era la mia amica Neta Golan, la pacifista israeliana fondatrice dell'International solidarity movement. Ero a Gerusalemme e andai immediatamente a Ramallah per abbracciarla. Fu in quell'occasione che ebbi modo di constatare di persona che Fiamma Nirenstein è una vera giornalista. Seria e professionale, di quelle che indagano a fondo, che lavorano sodo per produrre informazione corretta. Era tardi, la conferenza stampa era finita. Non c'era molta folla nel piazzale davanti alla Muqata, da un lato un piccolo assembramento. Giornalisti italiani che circondavano l'inviato dell'Ansa, per farsi raccontare la conferenza stampa alla quale evidentemente non avevano partecipato. Fiamma Nirenstein era particolarmente agitata. Saltellava nervosamente chiedendo con insistenza: «Ha detto shahid? Ha detto shahid? Ha detto shahid?». Sembrava essere l'unica cosa che la interessasse davvero. No, non l'aveva detto. Peccato. Poter abbinare al presidente Arafat una citazione con la parola shahid, martire (con la quale si definiscono gli attentatori suicidi), sarebbe stato un colpaccio. Trovandomi a Ramallah, non ebbi modo di leggere il risultato di una così seria indagine giornalistica. Peccato. È uno dei tanti episodi che qualificano il livello dell'informazione che in Italia si fornisce sullo scempio, sulle ingiustizie, sulle violazioni dei diritti umani, sui crimini di guerra che quotidianamente l'esercito israeliano compie nei territori palestinesi occupati. Ricordo ad esempio un servizio di un tg nazionale in cui si parlava delle rappresaglie (illegali ai sensi della legislazione internazionale) seguite a un attentato suicida in territorio israeliano. Come sempre vennero distrutte case, feriti e uccisi molti civili innocenti. Le immagini, che corredavano il servizio, erano quelle delle ambulanze che soccorrevano le vittime israeliane dell'attentato. Di quelle palestinesi si parlava, poco, ma non era dato vederle. Ora a nasconderle, oltre alla (dis)informazione, c'è anche un muro di cemento alto otto metri. [...]

Ali Rashid, un palestinese, un intellettuale, un laico, un democratico, una persona onesta, un amico, ha parlato di questa semplice verità.

Ha fatto bene.

Sveva Haertter, Comitato esecutivo di «Ebrei europei per una pace giusta»


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[No comment.| 28/11/2004 | 11:53 ]


2- No Comments Ghassan Andoni-IMEMC, November 27, 2004

The Wireless exchange between soldiers prior to the confirm Killing of Iman Alhamas 13, at the Girit outpost near Rafah. Recorded and broadcasted by Israeli TV channel 2.

-we identified an Arab female 100m from the gate of the outpost

=what did you see?

-Root, we saw one on "two legs" 100m away from the post.

=Sfard, can you see her?

--positive, a little girl running, the target is moving to the east.

=define the position.

--north of Morshah

=position not correct

--she is now behind the digger, she is dying of fear, shots passed few centimeters from her.

=they are shooting at her; our soldiers are 70m away from her.

--I believe one of our posts "brought her down"

=what? Did you see that she was hit? did she fell down?

--yes, and she is not moving.

=received.

--I and Jefro are moving forward to confirm the killing, cover for us. The situation is as follows: we conducted orders and fired at her, she wears jeans, a T-shirt, and a head cover. Killing confirmed.

=received

=any thing that moves in this domain, even if a three years old should be killed.

For more information please visit our website on www.imemc.org


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un commento

[Luisa Morgantini - Tutte le occupazioni militari sono crimini.| 27/11/2004 | 22:24 ]


Una lettera di Luisa Morgantini.

Care tutte e tutti,
confesso: tra i miei desideri c'è la fine degli eserciti e della produzione delle armi. Essere soldati non va mai bene, ma anche qui, come si sa, bisogna fare delle distinzioni. Se infatti, da una parte è straordinario e positivo il coraggio di quanti, in Israele, sono riusciti a dire "no!", rifiutandosi di obbedire ad ordini immorali, illegali e distruttivi, il coraggio dei giovani che non vogliono servire in un esercito di occupazione, dei militari che si rifiutano di servire nei territori occupati, dei piloti che hanno disobbedito al comando che li voleva carnefici di civili a Gaza e in Cisgiordania, dall'altra ci si rende conto sempre più tragicamente che l'orrore, in realtà, non ha mai fine.
Le ultime vergognose e sconvolgenti immagini che provengono dai territori palestinesi occupati che mostrano alcuni soldati che si accaniscono sui resti del corpo di un palestinese, e si fanno fotografare mentre infilano nella bocca della sua testa staccata una sigaretta appena accesa, se da una parte fanno orrore, dall'altro inducono a constatare, una volta di più, la tragica disumanizzazione in atto. L'accanimento con cui i soldati si scagliano contro le loro vittime disgusta, ma ancor più di questo è che cose del genere siano tollerate dalle gerarchie di comando, come di fatto é accaduto poche settimane fa per il capitano che dopo aver ferito la studentessa di tredici anni Imam al-Ams, la giustizio' freddamente con ventuno colpi, mentre era ancora viva, ferita ma viva. Ma si sa tutte le occupazioni militari sono crimini, non esistono occupazioni che non infliggono torture.
L'orrore che provo e sono sicura proviamo di fronte a casi del genere si associa alla tristezza e allo sconforto che mi assale nel leggere notizie come quella che vi riporto qui sotto. Se infatti da una parte vi è il coraggioso rifiuto di quanti hanno scelto di non essere parte di questa macchina della morte, sono in corso in Israele e nelle colonie, forme diverse di rifiuto nei confronti dell'esercito, con premesse, motivazioni e conseguenze opposte.
Circa 3000 soldati israeliani, per la maggior parte riservisti, hanno infatti firmato una petizione in cui dichiarano che non prenderanno parte alle operazioni di evacuazione delle colonie, in programma con il piano di ritiro di Sharon. Contemporaneamente sta girando un'altra petizione lanciata daglia abitanti dell' insediamento di Gush Katif che dichiara: "Gli esiliati di Gush Katif esilieranno se stessi dalle Forze di Difesa Israeliana e dallo Stato", sottolineando che se il piano di ritiro di Sharon sarà implementato, tutti i firmatari della petizione "i loro figli, i loro nipoti e tutti i membri della famiglia saranno costretti a rifiutarsi di servire in tutte le forze di sicurezza, sia essa la Polizia o l'esercito, regolare o di riserva."
Si tratta di una condivisione di intenti e obiettivi tra i militari ed i coloni, ed una dichiarazione di collaborazione per opporsi "alle scelte del dittatore Sharon", in realtà considerato il padre dei coloni.
E' curioso notare come tra i primi firmatari di questo "programma di disimpegno" dall'esercito c'é David Matar, il marito di Nadia Matar, la leader del movimento delle "Donne in Verde", di cui vi ho inviato qualche settimana fa una intervista, che vi ricordo si descrivono come "le donne per il domani di Israele, nonne, madri, mogli e figlie casalinghe e professioniste, laiche e religiose, tutte unite assieme dalla condivisione del loro amore, devozione e preoccupazione per Israele".
Tra le tante voci positive provenienti da Israele che contribuiscono ad alimentare la nostra speranza, e a convincerci che una pace giusta con il riconoscimento reciproco dei due popoli con due Stati sia davvero possibile, purtroppo ce ne sono altre terribili e distruttive come queste, che portano avanti campagne indecenti e fondate su presupposti irragionevoli e irrealisti. Proprio per questo credo che sia giusto ed utile far sentire il nostro sostegno e la nostra solidarietà agli amici e amiche israeliane che credono come noi nella realizzazione di uno Stato per il popolo palestinese, accanto ad Israele, condannando lo scempio del muro e l'occupazione in tutte le sue forme.
In certi momenti bisogna farsi forza e continuare a crederci, anche quando lo sconforto si fa sentire perché, come dice Herman Bloch "l'utopia é un principio di lotta " ed io aggiungo di cambiamento.
Un saluto.
Luisa Morgantini

________________________________________________________________

3000 soldati firmano la petizione che non prenderanno parte alle azioni di evacuazione delle colonie

di Nadav Shragai

Haaretz, 19 Novembre 2004

Un gruppo conosciuto con il nome di "Scudo Difensivo" ha raccolto le firme di 3000 soldati, per la maggior parte riservisti, che hanno dichiarato che non lasceranno gli insediamenti come previsto dal piano di ritiro del Primo Ministro Ariel Sharon.
Il gruppo é capeggiato da Noam Livnat, fratello del Ministro dell'Educazione Limor Livnat. Livnat ha dichiarato che quando avrà raggiunto 10000 firme, la petizione sarà presentata al Primo Ministro e al Capo di Stato.
Scudo Difensivo ha anche dichiarato di avere intenzione di prendere provvedimenti contro qualsiasi ufficiale che parteciperà al piano di evacuazione. Il leader di Scudo Difensivo ha anche in programma di cercare sostegno tra la comunità dei Drusi, molti membri della quale servono nelle Forze di Difesa Israeliana e nella Polizia di Frontiera.
Noam Livnat ha dichiarato che il loro obiettivo é quello di evitare che l'ordine di evacuazione venga dato in anticipo, e di rifiutarsi di prendere parte indirettamente ad ogni azione di smantellamento degli insediamenti - incluso il rifiutarsi di rispondere alla chiamata di riserva per rimpiazzare i soldati mandati ad evacuare i coloni.
A Gush Katif, nel frattempo, sta circolando un'altra petizione, nella quale si dichiara che se il piano di ritiro sarà implementato, i firmatari, i loro figli e nipoti ed ogni altro membro della famiglia non servirà in alcun modo nell'esercito. La petizione sta girando anche su internet.
Fino ad ora parecchie dozzine di persone hanno sottoscritto la petizione. Dicono di avere in progetto una raccolta di firme da tutto il paese per la loro "dichiarazione di disimpegno", e che organizzeranno un movimento per sostenerli.
"Se ci tagliano fuori dal resto della nazione noi porteremo avanti questa azione di disimpegno. Se non lo faranno, neppure noi porteremo avanti il nostro programma."
David Matar, presidente del Comitato Medico del centro di addestramento militare di Gerusalemme, ha annunciato ieri che avrebbe riconsegnato il suo documento da riservista all'esercito. Matar é il marito di Nadia Matar, la leader del movimento di destra delle "Donne in Verde".
"Non posso servire in un esercito che ha in progetto di esiliare degli Ebrei, e, cosi' facendo, di dichiarare guerra a gran parte della nazione," ha scritto in una lettera al Direttore del Personale delle Forze di Difesa Israeliane.
Ieri Labor MK Eitan Cabel ha chiesto una risposta al Direttore . "Il rifiuto, da destra come da sinistra, é un fenomeno estremamente pericoloso che potremme distruggere la società israeliana", ha scritto Cabel al comandante dell'IDF.

Haaretz, 18 Novembre 2004

     (Traduzione dall'inglese di Giulia Franchi)


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[Obiezione di coscienza in Israele: perchè?| 26/11/2004 | 13:42 ]


Shomrei HaShalom - Kidmà presenta:
ZAHAL: OBIEZIONE DI COSCIENZA IN ISRAELE: PERCHÉ?
DOMENICA 28 NOVEMBRE ORE 21:00
Via San Gimignano 10, Milano

Interverrà Matan Kaminer, Un giovane israeliano che si oppone al servizio militare ed ha dovuto per questo affrontare la detenzione in carcere.
Durante la serata verrà trasmessa un'intervista a Manuela Dviri Norsa.


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[La parola a Vauro.| 26/11/2004 | 09:03 ]


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